Il Presidente D.Trump ha menzionato “the oil that they so desperately depend on”, parlando dei Paesi del mondo. Il Bimbominchia (non oseremmo mai definirlo così, è sempre il Presidente di un’importante nazione: riportiamo la definizione del giornalista Carlo Romeo), in quanto bimbo è in grado talvolta di additare le nudità del re. In questo caso “desperately depend on” esprime un concetto, “disperatamente”, che dovrebbe illuminarci (e far fare a molti un salto sulla sedia). I governi dei Paesi in questione (di tutti i Paesi) dovrebbero chiedersi come anche solo pensare di continuare a dipendere così “disperatamente” dai combustibili fossili: qualcosa non solo il cui uso cambia il clima, comporta enormi danni economici (fatto salvo considerare stoltamente questi ultimi come un’occasione di business, vedi questa pillola) e distrugge l’ecosistema che ci permette di vivere serenamente (chi più chi meno), ma soprattutto che non è disponibile se non nella misura in cui qualcuno (che ne ha) è disposto a venderlo. Una specie di anteprima del film Mad Max 2.0.
I Governi avrebbero dovuto da anni impegnarsi nello studio e definizione di possibili percorsi di uscita da questa condizione di disperata tossicodipendenza, nella predisposizione di scenari di disintossicazione. Purtroppo ciò non accade.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha avviato un interessante progetto di monitoraggio delle azioni governative adottate in questo periodo nel mondo al fine di fronteggiare l’attuale crisi energetica: le misure sono organizzate in due tipologie: quelle finalizzate a ridurre i consumi energetici (approccio “disintossicazione”, perseguite specialmente in Asia) e quelle destinate a mantenerli costanti (come in Italia). Vale la pena di osservare che nessuno apparentemente considera interventi che riguardano la produzione e il consumo di cibo, nonostante il settore rappresenti circa un terzo del consumo energetico mondiale)
Il governo italiano (che ha anche peraltro fatto della lotta alle dipendenze un proprio mantra) non ha trovato oggi di meglio da fare che ipotizzare la riapertura di centrali a carbone (nota: importiamo carbone da Russia, Sudafrica, Indonesia, Australia, Stati Uniti, Colombia, Canada, Cina e Venezuela), oltre a prevedere dei “ristori” grazie ai quali contenere (temporaneamente) il costo dell’energia, nella irrazionale convinzione che passata la bufera e riaperto lo stretto, torni tutto come prima e che l’energia possa continuare a scorrere abbondante ed economica come accade da un centinaio d’anni a questa parte (tempo storico sufficiente a cancellare dalla percezione soggettiva la memoria di centinaia di migliaia di anni di uso di energia esclusivamente solare).
Eppure la definizione stessa di “fonte non rinnovabile” dovrebbe indurre a pensare che una risorsa che non si rinnova nel corso del tempo è inevitabilmente destinata ad aumentare di costo, non solo per ragioni politiche o speculative (che lasciano tutto sommato il tempo che trovano) ma perchè aumentano i costi reali del suo reperimento. Parafrasando Colin Campbell “È abbastanza semplice e qualsiasi bevitore di birra lo capisce: il bicchiere inizia pieno e finisce vuoto e prima lo bevi, prima sparisce…”.
Allora la soluzione qual è? Accelerare la transizione alle energie rinnovabili? Forse. Ma forse è tardi: Antonio Turiel in questo post ritiene che “suggesting that the answer is a renewable energy transition is like a house fire breaking out and thinking it’s a good time to call a builder to install fire doors” (consigliamo la lettura del post con una adeguata armatura di ottimismo…).
Ciò che è comunque necessario è ristrutturare i nostri modelli di uso dell’energia, perseguendone una sostanziale e pervasiva riduzione del consumo. Una scelta necessariamente dolorosa – volendola realmente perseguire – poiché il nostro sistema economico ha bisogno di un consumo crescente e “senza limiti” di energia, soprattutto in un contesto di forte indebitamento (poiché la riduzione del consumo di energia ha un impatto diretto sulla generazione di ricchezza quindi sulla capacità dello Stato di pagare gli interessi sul debito e sulla sua solvibilità).
Nell’inazione dello Stato (probabilmente inevitabile, per incompetenza o per incapacità o impossibilità ad agire), resta agli individui agire. In Resconda proviamo a dare una mano, ad esempio grazie all’app Suasì, che stiamo sviluppando al fine di ridurre il consumo di energia degli acquisti quotidiani di cibo.
Poi c’è chi ritiene che l’attuale crisi geopolitica sia invece solo parte della strategia globale delle “lobbies green” per forzare l’adozione di una inutile e dannosa transizione energetica. Il che ci induce a fare un respiro profondo “Ujjayi” e a cercare di rattoppare i brandelli di una fede traballante nell’uomo come essere senziente in grado di affrontare le sfide del tempo.