Nei giorni scorsi il Ministro degli Esteri iraniano ha preconizzato una crescita del prezzo del petrolio fino a 300 USD al barile quale possibile conseguenza del blocco del traffico nello stretto di Hormuz. Un aumento del prezzo dei combustibili fossili è visto con favore dai molti che prosperano sul consumo di energia fossile e che vedono così aumentare i margini di guadagno. Se ne avvantaggiano sia coloro che normalmente hanno difficoltà a vendere il proprio petrolio (ad esempio il petrolio Venezuelano, che è tanto ma di scarsa qualità, oppure quello da fracking con processi di estrazione costosi), sia quelli dotati di tanto petrolio e a basso prezzo (medio oriente), che vedono i margini aumentare. Ne beneficiano anche autocrati come Putin, che vede aprirsi maggiori opportunità di vendita dei propri combustibili.
Purtroppo la domanda globale di combustibili fossili è tipicamente anelastica: si tratta di beni insostituibili nel breve termine. Quindi a fronte di quelli (pochi) che gioiscono, molti altri si preoccupano, perchè il petrolio (il gas, il carbone…) costituiscono, volenti o nolenti, la base della nostra società ed economia.
Non si tratta solo del costo del riscaldamento domestico o della benzina alla pompa, temi che emergono sui giornali e che vengono percepiti come più vicini dalle persone: l’aumento del prezzo dei combustibili incide su tutto: sui costi di produzione del cibo (da un punto di vista energetico più del 90% dell’energia contenuta in un piatto di pasta è di fonte fossile, ne abbiamo parlato qui), dei prodotti industriali, dei servizi, della sanità, dell’educazione…
La nostra è una società il cui modello organizzativo e sociale, la cui stessa esistenza, si basano sulla ampia disponibilità di combustibili fossili a basso costo.
Lo stretto di Hormuz a un certo punto riaprirà ed il prezzo scenderà nuovamente, tuttavia la disponibilità reale di combustibili fossili a basso costo va comunque riducendosi - certamente ed inevitabilmente - ed i costi reali sono destinati a crescere (al di là della dinamica dei prezzi, che dipende da fattori umani ed imprevedibili). I costi da sostenere per rendere disponibili tali combustibili dipendono infatti da fattori fisici e termodinamici, sui quali non è possibile nella sostanza intervenire. Negli anni 50’ un geologo della Shell di nome Marion King Hubbert ha chiarito una delle conseguenze di ciò: le risorse non rinnovabili finiscono (sembra lapalissiano ma ancora oggi c’è chi non ci crede), mentre Charles H. Hall (che abbiamo avuto il piacere di avere ospite in un Convegno organizzato da Resconda due anni fa), insieme a molti altri, ha spiegato come e perchè continuare a sostenere un modello di società ed economia basata sulla crescita dei consumi (grazie anche all’illusionismo di un crescente debito pubblico e privato) e sui combustibili fossili, costituisca una lucida follia.
Tutto ciò, sottolineiamo, anche indipendentemente dagli effetti devastanti che il consumo di combustibili fossili ha sull’ambiente e sul clima.
Rinunciare progressivamente ai combustibili fossili (e sostituirli con fonti energetiche rinnovabili) non solo è possibile (anche se sicuramente non senza aggiustamenti nel modello sociale ed economico attuale), ma è anche necessario. E allo stesso tempo è anche inevitabile.
Per fare 500 g di maccheroni con una impastatrice ed un estrusore manuali servono (oltre agli ingredienti) circa 1,5 ore di lavoro di un uomo robusto, oppure una pari quantità di energia, contenuta in circa 2 centilitri di petrolio (il contenuto di una siringa). Oggi grazie al petrolio possiamo comprare al supermercato un pacco da mezzo chilo di maccheroni pagandolo 1 euro invece di 20 (dovendo retribuire il lavoro).
Non è un caso se 150 anni fa solo pochi ricchi mangiavano maccheroni, gli altri solo polenta o simili.