La responsabilità del cattivo padre di famiglia

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9 luglio 2026 4 minuti di lettura

La responsabilità è la capacità o il dovere di rispondere dei propri comportamenti, la capacità di prevedere gli effetti delle proprie azioni sugli altri e di agire di conseguenza. E’ una dimensione fondamentale dell’agire umano, senza la quale non saremmo diventati la specie dominante sul pianeta (rappresentiamo, unitamente al bestiame da allevamento di cui ci nutriamo, il 98% della massa dei mammiferi viventi sul pianeta).
 
Sul piano giuridico-culturale il concetto di responsabilità è trasposto nell’istituto del “buon padre di famiglia” (in latino “bonus pater familias”), uno dei concetti più antichi e affascinanti del diritto occidentale. Nato nel Diritto Romano, è ancora oggi un pilastro fondamentale dei codici civili moderni e prevede tre doveri concreti:
 

  1. La Previsione: L’obbligo di prevedere le conseguenze normali delle proprie azioni
  2. La Precauzione: L’obbligo di adottare tutte le misure necessarie per evitare il danno prevedibile.
  3. La Prudenza: L’obbligo di agire non con impulsività, ma con ponderazione, bilanciando rischi e benefici.
     

Sono doveri in capo ad ogni individuo e per estensione (ed ancor di più) a chi altri uomini altre persone dirige o rappresenta. Doveri che implicano una definizione del danno potenziale, della prospettiva temporale a cui applicarlo e degli individui/comunità che lo subiranno.
 
Il cambiamento e la conseguente crisi climatica rappresenta senza dubbio una delle sfide più grandi ed esiziali che l’uomo si trovi oggi ad affrontare. Possiamo dire che l’uomo (in particolare nelle sue rappresentanze collettive e istituzionali), agisca al riguardo come “bonus pater familias”?
 
Per quanto riguarda la previsione, pur con un certo margine di incertezza, la stima del danno potenziale è abbastanza definita (a parte i vari troll che cercano di minarne la validità per stupidità o interessi economici o politici). Si tratta di  un danno potenzialmente enorme, avente un impatto devastante su un numero molto elevato di persone ed altri organismi naturali.
 
Per quanto riguarda invece la prospettiva temporale, negli ultimi decenni questa sembra essersi progressivamente ridotta: infrastrutture la cui vita utile è sempre stata di secoli (abitazioni che datano 500 anni, acquedotti, ponti ed altre infrastrutture millenarie…), oggi vengono realizzate per durare un pugno di stagioni (il calcestruzzo armato viene garantito per la durata di soli 50 anni); altri prodotti (mezzi di trasporto, elettrodomestici, mobili, abiti, etc.), hanno  vita sempre più breve (anche perchèé una vita sempre più breve dei prodotti è la prima garanzia di funzionamento del nostro sistema economico, basato sulla sostituzione/distruzione di risorse). 
Le persone stesse hanno ridotto le proprie prospettive temporali: i manager privilegiano successi a breve al posto di strategie a lungo termine (in modo da accelerare la propria carriera cambiando posizione lavorativa il maggior numero di volte possibile), gli esponenti politici agiscono solo in funzione delle scadenze elettorali, le persone si indebitano per “migliorare” la propria quotidianità a scapito del proprio futuro, etc.
In un contesto simile una prospettiva temporale che superi una manciata di anni (come la crisi climatica) sfugge all’attenzione (o comprensione) della maggior parte delle persone, annegate nella quotidianità e chine a guardare i propri passi, senza voler alzare la testa.
 
Allo stesso tempo si sbiadisce e si riduce la percezione dei soggetti rispetto ai quali le proprie azioni possono avere ripercussioni. Si tende a restringere la platea sempre di più: a se stessi ed ai più stretti congiunti, ai “cittadini” del proprio Paese, ai propri elettori, ai propri contemporanei. La riduzione contestuale della prospettiva temporale e di quella degli “stakeholders”  affievolisce fino a cancellarlo ogni sentimento di responsabilità transgenerazionale, che costituisce la base di ogni politica “seria” e la cui mancanza porta a fenomeni come l’indebitamento collettivo crescente (a carico delle future generazioni, necessario per mantenere temporaneamente standard di consumo fisicamente insostenibili), o la sostanziale negazione di politiche realmente orientate al contenimento della crisi climatica.
 
In conclusione: oggi la classe dirigente ignora le conseguenze potenziali delle proprie azioni, non adotta alcuna misura per evitare il danno prevedibile ed agisce senza alcuna ponderazione e bilanciamento di rischi e benefici.
 
In questo contesto emerge — nella evidente mancanza di volontà di affrontare seriamente la crisi climatica — il concetto di “adattamento” al cambiamento climatico: sempre più spesso se ne sente parlare come alternativa (più semplice, quasi automatica) alla “mitigazione” (più complessa, difficile).
 
Vengono quindi in mente le colonie norvegesi della Groenlandia fondate da Erik Thorvaldsson (Erik il Rosso, uno dei primi “greewasher” della storia, avendo pensato di promuovere presso i propri compatrioti una terra coperta di ghiaccio per 9 mesi all’anno chiamandola “Verdeterra” / “Greenland”): attorno all’anno 1000 i vichinghi si installarono sulle coste della Groenlandia, realizzando circa 500 insediamenti agricoli. Quattro secoli dopo, a fronte dei cambiamenti determinati da una serie di lunghi e umidi inverni (la piccola glaciazione del 14° secolo), decisero di cercare di adattarvisi. Quando nel 1721 i missionari Danesi e Norvegesi si recarono in quei luoghi lontani con la speranza di convertire quelle popolazioni al luteranesimo, non trovarono nessuna anima da salvare: solo rovine e qualche scheletro ben conservato dal freddo e dal fango.
Non ci erano riusciti.