Secondo uno studio del Joint Research Centre della Commissione europea1, il sistema alimentare mondiale è responsabile di circa 18 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno, cioè del 34% delle emissioni di gas serra di origine umana. Nel conto entra tutto il percorso del cibo, dalla coltivazione e dall’allevamento fino alla distribuzione, alla cucina e ai rifiuti. Il dato si riferisce al 2015 e la parte più consistente, il 71%, si genera nei campi, negli allevamenti e nei cambiamenti d’uso del suolo che li rendono possibili; il resto si distribuisce lungo la filiera, tra trasformazione, imballaggi, trasporti, catena del freddo e vendita.
Una quota così ampia farebbe pensare a un tema centrale nell’agenda della transizione ecologica. Chi però scorra i piani nazionali per l’energia e il clima, i bandi regionali o le misure di incentivo degli ultimi anni troverà soprattutto due argomenti: come ci spostiamo e come scaldiamo o raffreschiamo le nostre case. Superbonus ed ecobonus, contributi per l’auto elettrica, zone a traffico limitato, colonnine di ricarica: misure che condividono tutte lo stesso perimetro. Il cibo, quando entra nel dibattito pubblico, ci arriva quasi sempre per altre strade, come la sicurezza alimentare, la tutela delle produzioni tipiche o la filiera corta intesa come valore identitario prima ancora che ambientale. Di kilowattora, o di CO₂ per chilo di prodotto, si parla molto poco.
C’è forse una ragione pratica: su automobili, caldaie o edifici è relativamente facile legiferare e poi verificare i risultati, mentre su quello che mettiamo nel piatto è assai più difficile, inoltre entrano in gioco abitudini, gusti, disponibilità economica e tradizioni familiari, oltre a un problema di visibilità (e consapevolezza): l’energia spesa per produrre, trasportare e conservare un alimento non compare da nessuna parte, né sull’etichetta né sullo scontrino: è energia incorporata nel senso più letterale del termine, e chi fa la spesa non ha modo di conoscerla, quindi nemmeno di tenerne conto.
È da qui che Resconda è partita quando ha deciso di dedicare una parte importante del proprio lavoro all’alimentazione. Il risultato principale è Suasì, un’applicazione pensata per accompagnare gli acquisti alimentari e orientarli verso prodotti a minor contenuto energetico, e quindi con emissioni e impatto ambientale più contenuti. Il principio è lo stesso che guida tutta l’attività dell’associazione: attribuire un numero, l’e-costo, a qualcosa che di solito nessuno misura, e lasciare che ciascuno lo usi come preferisce. L’app non compila liste di cibi buoni e cattivi; mette a disposizione un’informazione che il mercato oggi non fornisce, e che una volta nota rende la scelta un po’ più consapevole.
Negli ultimi mesi lo stesso approccio è uscito dal supermercato per entrare in un luogo dove le scelte alimentari si fanno in modo diverso. Insieme al Bistrot dell’associazione Rubens, a Torino, e con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, Resconda sta sviluppando - nell’ambito del progetto “La collina che dà i numeri” - un sistema che accompagna i clienti nella lettura del menu. Per ogni categoria (antipasti, primi, secondi, contorni, dolci e bevande) i piatti sono disposti su una scala che va da un impatto basso a uno alto, espresso in wattora e calcolato sulla base dei dati dell’ADEME, l’agenzia francese per la transizione ecologica, e chi si siede a tavola può comporre il proprio pasto e vederne il costo energetico complessivo prima di ordinare. Anche limitandosi ai secondi la distanza è notevole: si passa da poche centinaia di wattora a oltre 10 kWh, all’incirca un fattore trenta tra una frittata alle erbe e una costoletta alla milanese. Nessuno dei due piatti viene sconsigliato, ma la differenza diventa evidente proprio nel momento in cui si decide.
Molto probabilmente un’app o un menu non possono supplire all’assenza di una politica sull’impatto ambientale del cibo e continuiamo a sperare in un intervento pubblico che vada oltre alla promozione del made in Italy. Nel frattempo ci sembra utile mostrare che questa informazione si può produrre, che si può rendere comprensibile e che le persone, quando ce l’hanno davanti, la usano.
Se un terzo delle emissioni passa per le nostre tavole: è evidente che almeno una parte del lavoro sulla sostenibilità debba cominciare da lì.
Crippa M. et al., “Food systems are responsible for a third of global anthropogenic GHG emissions”, Nature Food, 2021 ↩︎