In un periodo di crisi energetica, produttiva ed economica la mitigazione del cambiamento climatico e la salvaguardia degli ecosistemi sono temi usciti quasi completamente dall’agenda politica e mediatica, ma ne parliamo ugualmente: sono gli elefanti nella stanza. Partiamo da una frase di Jay Kay: “Non è possibile avere crescita economica e mitigare i cambiamenti climatici di origine antropica riducendo le emissioni di CO2. Se vogliamo fare ipotesi ragionevoli sul futuro, si può fare o l’una o l’altra cosa”. Detto diversamente: occorre scegliere tra crescita economica e tutela dell’ambiente.
Negli ultimi anni ci siamo abituati a sentire (stra)parlare gli esponenti politici di ambientalismo “non ideologico”, ovvero quell’insieme di strumenti e politiche ambientali che non pregiudicano in alcun modo la capacità dei sistemi produttivi di generare ricchezza. Tutela ambientale sì, ma solo se non incide sulle attività produttive e sulla crescita del PIL. Ad alcuni si deve riconoscere una certa onestà intellettuale, il concetto di fondo è “non ci rompete le scatole con l’ambiente. E’ noioso. Non ci interessa. Viviamo qui e ora. Vogliamo fare i soldi”
Ma che significa “tutela ambientale”? Tagliamola con l’accetta (ma non poi troppo): ridurre i consumi energetici: esiste una relazione strettissima tra crescita economica e consumo (crescente) di energia.
Il sistema economico attuale per non collassare ha bisogno di un continuo crescente apporto di energia (secondo questo studio dell’1,87% annuo medio) e questo comporta un inevitabile peggioramento del contesto ambientale.
Non è un caso che l’energia prodotta da fonti rinnovabili negli ultimi decenni non abbia sostituito quella prodotta da fonti fossili ma ad essa si sia aggiunta: non sta avvenendo nessuna transizione ecologica semplicemente si opera una “addizione ecologica marginale” a un sistema basato sui combustibili fossili. Il rapporto Statistical Review of World Energy 2024 lo dice esplicitamente: Le rinnovabili non hanno ancora sostituito nessun combustibile fossile — piuttosto, i volumi crescenti di energia rinnovabile vengono aggiunti sopra un consumo di fossili che continua a crescere. Ne è una dimostrazione il continuo aumento della CO2 emessa in atmosfera da 30 anni a questa parte (e tanti saluti alle COPs).
Ma per quanto tempo ancora? Il nostro (e altri governi), affrontano l’attuale crisi energetica erogando incentivi ai soggetti energivori e tagliando accise, come fosse un fenomeno transitorio, una perturbazione momentanea in un calmo ed infinito oceano di petrolio e gas. Non è così. Il rendimento energetico medio netto del petrolio è passato da 100 (nei primi decenni del secolo scorso) a circa 8/9 oggi (per chi volesse approfondire) e fatti salvi improbabili colpi di scena non può che diminuire ulteriormente. La scelta più saggia sarebbe dunque perseguire una riduzione del consumo di energia, ricercare un nuovo modello economico che persegua la stabilità di produzione/consumo (si veda l’economia dello stato stazionario di H. Daly) o ancor meglio un percorso di progressiva riduzione dei consumi, la famigerata “decrescita” (magari nei Paesi più industrializzati). Peccato che, come abbiamo visto, ridurre il consumo di energia significa ridurre la crescita economica. Quindi? Cacciamo sotto il tappeto la questione ambientale ed energetica e facciamo finta di niente?
Se poi passiamo dal macro al micro, dalle politiche pubbliche alle azioni individuali, allora il singolo individuo (consumatore) dovrebbe ripensare il proprio ruolo nella società, perseguendo un obiettivo di riduzione dei propri consumi e magari in parallelo un percorso di progressiva riduzione del proprio reddito (un ottimo modo per ridurre i consumi, riteniamo non proprio mainstream…).
E cominciare a rinunciare a comprare case, nuove auto, telefoni, viaggi aerei, abiti, buone bottiglie, etc.
Ok. Chi comincia?