La fine del mese di maggio ha visto diversi nuovi record di temperature in Italia, in Europa e nel mondo. Moltissime città hanno marcato nuovi record.
Il clima cambia ma quali sono le possibili conseguenze di questo cambiamento? Esiste un problema di comunicazione: gli scenari connessi al cambiamento climatico vengono rappresentati da climatologi e scienziati in relazione ai sistemi scientifici a cui questi fanno riferimento, che di norma risultano essere poco comprensibili dalla cittadinanza in generale, che fa fatica a ricondurli alla propria esperienza quotidiana (anche per la complessità del tema). Peraltro, sono pochi gli scrittori e gli artisti – normalmente “preposti” a raccontare il cambiamento della realtà ed a costruire il patrimonio cognitivo e culturale collettivo – che cercano di “raccontare” il cambiamento climatico (vedi “La grande cecità” di Amitav Gosh) e quando lo fanno per lo più rappresentano scenari distopici, rendendo tutto ciò lontano, come un film di fantascienza…
A Torino si sono registrate a maggio temperature fino a 37 °C, con uno scostamento dalla media storica di quasi 10 °C. Nella notte tra il 27 e il 28 maggio la minima è stata di 23,7 °C, la più alta mai registrata dall’inizio delle osservazioni storiche nel 1753.
La temperatura elevata ha provocato l’accensione simultanea di migliaia di condizionatori (la cui vendita è cresciuta strutturalmente negli ultimi decenni), generando picchi di consumo di elettricità e mettendo in crisi la rete elettrica cittadina, che ha visto 15 blackout in 72 ore.
In questi giorni abbiamo avuto un primo assaggio degli effetti – tra i tanti – del cambiamento climatico sulla nostra quotidianità: interruzioni nell’erogazione dell’elettricità. Diverse stazioni semaforiche si sono spente, generando ingorghi a catena che sono andati allargandosi molto oltre ai semafori interessati (la circolazione automobilistica è ormai come quella sanguigna di un iperteso colesterolico, basta un minimo intoppo per causarne l’arresto). Uomini distinti, nel chiuso dei loro abitacoli raffreddati (a scapito della temperatura esterna), con gli occhi fuori dalla testa e le dita livide e contratte sul volante, urlavano verso altri automobilisti ugualmente adirati e sfatti.
Niente di che, solo un’istantanea del futuro.
Il caldo di questi giorni avrà indotto molta gente ad installare nuovi condizionatori (le cui vendite vivono un trend di crescita strutturale, + 15% nel 2024), creando le condizioni per nuove e maggiori difficolta nella gestione della rete. Un circolo vizioso aggravato dal fatto che i condizionatori – obbedendo a delle inaggirabili leggi fisiche – rilasciano all’esterno assai più calore di quello che riescono a sottrarre agli ambienti: su scala urbana questo contribuisce ad aumentare la temperatura locale (effetto isola di calore urbana), spingendo ad un loro utilizzo ancora più intenso e continuativo, consumando energia la cui produzione comporta nuove emissioni di CO2 in atmosfera, con conseguente ulteriore innalzamento della temperatura. Anche gli interventi di sostituzione e potenziamento dei cavi elettrici e delle stazioni di media tensione annunciati dal sindaco di Torino operano nella stessa direzione: favorire un sempre maggiore consumo di energia. Consumo che è il principale motore del riscaldamento globale.
Non sembrerebbero esserci alternative al coinvolgimento collettivo in una spirale perversa di cambiamento climatico indotto dall’incremento dei consumi collettivi. A meno che non si decida – scelta rivoluzionaria – di mettere da parte una parte del proprio benessere di oggi per poterne beneficiarne in futuro, anche – eventualmente – “per interposta persona”. Ma la solidarietà transgenerazionale non si direbbe di gran moda.
“Nelle aree urbane il caldo è una spada di Damocle appesa a un filo elettrico“
(Jeff Goodell, 42° C. Cronache da un mondo in fiamme)