L’impatto ambientale del nostro migliore amico

kWh
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6 gennaio 2026 559 parole

Forse qualcuno ricorda l’intervento in cui Trump lamentava il fatto che nella città di Springfield gli immigrati haitiani si nutrissero di animali domestici (bufala da cui è stato peraltro tratto un simpatico brano musicale). Con questo il Presidente si è certo guadagnato la simpatia di molti possessori di cani e gatti domestici, che negli USA sono stimati essere 163 milioni, circa 1 ogni 2,1 persone (in Italia il dato è simile: circa 25 milioni, uno ogni 2,3 persone). Probabilmente gli stessi possessori di animali domestici che hanno sollevato strali nei confronti di uno studio dell’Università della California che stimava in 64 milioni di tonnellate di CO2eq l’impatto ambientale annuo proprio degli animali domestici: pari alle emissioni di circa 14 milioni di veicoli (americani!).

Moltissimi si sono scagliati contro gli autori dello studio, considerandolo un attacco agli animali domestici (tipo quello degli immigrati haitiani a Springfield).

In realtà lo studio mirava a quantificare un fenomeno tutt’altro che trascurabile e rispetto al quale c’è poca consapevolezza: l’impatto ambientale dei comportamenti umani e nello specifico quelli legati al consumo di cibo. Abbiamo già altrove rilevato come il consumo di cibo sia responsabile di circa il 30% di tutte le emissioni di gas climalteranti, numero a cui occorre aggiungere quelle relative, appunto, al cibo degli animali domestici, pari, secondo lo studio, al 19% del totale delle calorie assunte dalla popolazione americana.

Di base il problema è determinato dal fatto che il cibo per cani e gatti (che costituisce di gran lunga la parte più consistente del pet-food) è quasi completamente composto da carne, tra gli alimenti quello con la maggior quota di emissioni per unità di peso (se si esclude il caffè liofilizzato ed alcuni altri prodotti quantitativamente meno impattanti).

Qual è dunque l’impatto ambientale del nostro animale domestico? Beh, un cane di taglia media mangia circa 500 grammi di cibo confezionato al giorno (crocchette o umido) ed ha di conseguenza un e-costo annuo pari a 2.800 kWh (valori di CED tratti da Suasì, considerando un mix dietetico di 20% di carne di manzo, 40% di maiale e 40% di pollo), pari al consumo medio di elettricità di una utenza domestica in Italia. Un gatto adulto si accontenta di circa 100 grammi al giorno, il suo e-costo è quindi di 560 kWh / anno, mentre un alano adulto può arrivare a 5.000 kWh/anno!

Va detto che i valori qui sopra sono relativi a carne fresca, poiché non abbiamo trovato fonti attendibili di CED (Cumulated Energy Density) specifici per il cibo per animali. E’ possibile che trattandosi di prodotti lavorati ed essiccati (nel caso delle crocchette) i valori in questione possano anche essere significativamente più elevati.

Non solo: non abbiamo neanche considerato l’energia incorporata negli imballaggi (scatolette, bustine, lattine, sacchi, etc.), sicuramente assai elevata, né il costo ambientale relativo al loro smaltimento… Insomma, qui i numeri si fanno realmente significativi.

Con ciò non ce ne vogliate, viva gli animali domestici! Dobbiamo solo essere consapevoli che anche loro, come noi, hanno un impatto ambientale importante e magari possiamo, con un po’ di accortezza, prendere in considerazione di nutrirli con avanzi del nostro cibo, come si faceva prima dell’avvento dell’industria del pet food: si possono trovare in rete (ad esempio in questo oppure in questo sito web), indicazioni attendibili su quali cibi “umani” possiamo dare tranquillamente ai nostri animali e quali invece non dobbiamo dar loro.